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in onda domenica 16 giugno 2013 alle 13:25

Quel corteo di Trabant che oltrepassava il 9 novembre 1989 il confine segnato dal muro crollante, potrebbe rappresentare l’immagine simbolicamente più forte della Germania che stava tornando unita. Oggi la Trabant, da vecchia reliquia inquinante di un regime in liquidazione, è tornata alla ribalta con un nuovo modello elettrico, ecologico e sorridente, presentata come una vera e propria star all’ultimo Salone dell’auto di Francoforte.

Gli oggetti di ieri diventano i miti di oggi, e la moda del vintage sembra riflettersi anche su quel mondo comunista quasi dimenticato. Come si evince da una visita al Museum der Dinge di Berlino, dove con una logica di estremismo archivistico che cataloga tutto il catalogabile ai limiti della bizzarria in una sequenza di armadietti senza fine, si assiste ad una sorta di compendio enciclopedico di tutto il design tedesco. Una sezione, dedicata alla DDR, mette in mostra un tentativo di consumismo sotto il segno del comunismo con esiti estetici non molto lontani da quelli del versante occidentale. Accanto a questi tentativi di assimilazioni preglobaliste, emerge anche una forte dose di frugalità, una curiosa retorica dell’arretratezza, come per esempio nella pittura di regime, assemblata in questi giorni in una ricca e documentata mostra a Berlino organizzata da Sergio Cusani, l’ex consulente d’affari coinvolto in Tangentopoli ed oggi molto impegnato soprattutto nei campi del sociale e del culturale. Anche l’architettura del regime della DDR denuncia una disarmante semplicità e sobrietà progettuale. In un bosco ad una trentina di chilometri dalla capitale, vennero edificate le costruzioni di personalità governative, tra cui anche la casa del dittatore Erich Honecker, normalissima e quasi anonima. Qualche tentativo di maggior sontuosità l’architettura della DDR lo ha comunque fatto, soprattutto nelle sue contaminazioni con quella sovietica, come nella Carl Marx Allee di Berlino, un esempio di urbanistica stalinista di grande esaltazione, e nel Memoriale di Guerra Sovietico – Tretpower Park, sempre a Berlino, uno dei monumenti meno propagandati della città, al quale però non vengono negati interventi di conservazione, anche perché sembra attirare un discreto numero di visitatori, più di quanti ne facesse quando era l’effigie ufficiale del potere.

Sotto traccia sembra che da queste parti scorra ancora l’eredità della Prussia, plasmata nel ‘700 dal grande Fritz, il guerriero che girava coi veleni in carrozza per suicidarsi se fosse stato preso, un militare che fu anche letterato, protettore di Voltaire e musicista amico di Bach. Quella stessa Prussia che, per avere un museo post-napoleonico, comprò il quadro più inquietante di Caravaggio (“Amore vincitore”); che inventò i gioielli neri d’acciaio perché l’oro doveva andare alla patria; la Prussia che diventò socialista dal 1919 al 1933 fino a quando Goering, commissariandola, la rese nazionalsocialista per dodici anni. E che tornò poi socialista per altri quarant’anni sotto lo sguardo comunista russo, con Berlino che non diventa del tutto capitalista neanche dopo la caduta del muro, perché gli affitti per i giovani costano un terzo che a Roma e Milano, facendo di questa città e di questi territori un esperimento della storia tuttora in corso.

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