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Venezia, la rana e tu

in onda domenica 23 gennaio 2011 alle 13.25

Il reportage sulla 53ª Biennale di Venezia inizia con un divertente omaggio ad Alberto Sordi.

Philippe Daverio e la sua consorte Elena vestono i panni della coppia di improbabili visitatori della Biennale immortalata da Alberto Sordi e Anna Longhi nell’episodio del film “Dove vai in vacanza?” del 1978 intitolato “Vacanze intelligenti”, in cui i due protagonisti si confrontano con non pochi punti interrogativi davanti a concettualissime opere di arte contemporanea. Lo stupore di Philippe e della moglie è lo stesso ed è reso ancora più grottesco dal fatto che a 30 anni di distanza sembra che non sia cambiato nulla o quasi, con sempre gli stessi clichés e gli stessi tentativi di stupire che lasciano invece grossissimi elementi di perplessità.

E’ l’arte che non è più in grado di rinnovarsi o l’arte in movimento è da qualche altra parte? A giudicare da quel che emerge a Venezia le risposte sono più nei padiglioni nazionali che nell’esposizione principale assemblata da Daniel Birnbaum, un po’ troppo orientata ad assecondare il gusto e i tic dei circuiti artistici più cool del momento. I cantori più coerenti della contemporaneità si incontrano al padiglione russo, che hanno interpretato la Biennale non come un’occasione di vetrina per un’ipotesi di mercato ma come occasione per proporre un’arte che torna ad essere tale in quanto piace solo a se stessa. Gli altri paesi sembrano invece interessati ad un’ansia generalizzata del nulla, con l’eccezione di alcuni artisti eccellenti che, non a caso, hanno tutti scelto di continuare a lavorare e vivere nelle loro proprie dimensioni localistiche, siano indiane, cilene o colombiane, senza cedere troppo alle sirene del richiamo delle città dove si respira il profumo dell’arte che “conta”. Per quanto riguarda l’Italia c’è una presenza di nomi noti e meno noti in cui, a parte la formidabile opera tutta di porcellanna di Bertozzi & Casoni, nessuno riesce ad interessante particolarmente, formulando una sorta di grande pannellone collettivo intriso di richiami retorici.

Uscendo fuori dai territori convenzionali della Biennale ed inseguendo gli eventi collaterali nella città si respira un’aria più fresca e intraprendente come la mostra dei Fratelli Alviti Archeovertigo al Chiostro dei Frari o Unconditional Love presso l’Arsenale Novissimo, dove una serie di artisti ancora una volta russi riescono magistralmente a costruire un mondo visivo algido, carico di pathos e di ansie tese.

C’è poi un evento ben più ambizioso nei propositi, sorretto da colossali investimenti esteri come quelli del magnate francese Francois Pinault che ha sovvenzionato il restauro della Punta della Dogana, tornata finalmente ad essere tutta bianca e di nuovo pronta al suo dialogo estetico con la Chiesa della Salute. Gli artisti tutti noti ed importanti della collezione Pinault sono i protagonisti di una mostra Mapping the Studio presso la stessa Punta della Dogana e Palazzo Grassi. Una mirabile rassegna di un’estetica recente che però sembra riferirsi a un vulnus culturale orientato verso atmosfere e tematiche del secolo scorso, dando vita ad un’espressione storicizzata di una contemporaneità che già ci appare ampiamente superata dagli eventi.

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