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La Serenissima va in campagna

in onda domenica 24 marzo 2013 alle 13.25

Esistono degli artisti che sono in grado di esprimere lo spirito di un’epoca, lo sviluppo storico e sociale di un territorio, fino a diventarne l’emblema. Uno di questi è stato certamente il Palladio, grande architetto veneto del XVI secolo. Palladio, con le sue chiese, palazzi, ville, tutte ispirate ad un’idea di semplicità e purezza ereditata dagli insegnamenti dell’architettura classica, ha incarnato più di ogni altro suo contemporaneo quel ripiegamento di Venezia dal mare verso la campagna, sviluppatosi lungo tutto l’arco del ‘500 con la conseguente riconversione delle sue prospettive economiche e sociali. 

Allo scoccare del XVI secolo, Venezia si rese conto di non poter più aspirare al dominio completo dei traffici marini, in quanto ormai gli spagnoli avevano scoperto l’America e i turchi conquistato Costantinopoli. Cominciò così a volger il suo sguardo altrove, trovando nuovi approdi ed interessi economici nella terraferma. Anche il gusto registrò questo mutamento, aprendo la strada alla nascita di un’estetica da terraferma. Vennero accantonati i ghirigori della Venezia gotica con la contemporanea acquisizione di nuovi classicismi eredi della tradizione dell’antica Roma.

Il primo segnale di queste oscillazioni del gusto si avvertono nel riassetto del Palazzo Grimani, in cui il  proprietario Giovanni Grimani volle produrre una sorta di sommatoria bulimica di tutto ciò che poteva essere considerato classico. Forse un caso di estrema esasperazione stilistica che si rivela però fondamentale nella formazione di Palladio, che proprio per questa committenza effettuò degli importanti lavori presso la Chiesa di San Francesco delle Vigne, restando certamente influenzato da quel clima un po’ d’avanguardia di cui il Grimani si fece portavoce.

Palladio ha avuto poi un altro mentore di grande importanza, Giangiorgio Trissino, fine umanista che vide in quell’orafo tagliapietre padovano il talento di un grande architetto. Gli consigliò di prendere il nome di Palladio invece del più anonimo Andrea di Pietro introducendolo allo studio della classicità. Cosa ancora più decisiva gli commissionò il primo sostanziale lavoro di architetto, consegnandogli le chiavi del riordino di una sua villa di campagna nei pressi di Vicenza.

Da qui parte una lunghissima serie di lavori che consacrano Palladio come grandissimo architetto. In particolare Passepartout visita Villa Emo (Fanzolo Vedelago, TV), perfetta metafora iconica e straordinario manifesto esemplificativo di quel passaggio della Repubblica dal mare alla campagna, e Villa Serego (Santa Sofia di Pedemonte, VR), concepita come una sorta di tempio antico magicamente posato nel mezzo della campagna veronese. Giusto risalto viene dato anche alla mostra Palladio 500 anni, allestita presso Palazzo Barbaran da Porto di Vicenza, che racconta anche attraverso pregevoli modellini in scala tutto il percorso artistico e intellettuale dell’architetto. Una grande carriera, capace di avere una grande eco e fortuna nel tempo, di cui lo stesso Palladio è stato un geniale promotore: dieci anni prima di morire, nel 1570, pubblicò I 4 libri dell’architettura, che diffusero dappertutto i suoi principi architettonici.

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